Il sole nero di Zeda
Presentazione della terza edizione
La prima volta che ho messo mano alla penna, ai tempi non in senso metaforico, era nell’ormai lontano 1981 con un racconto umoristico: la tartarughina acquatica allora pubblicato su una rivista locale. Per i riscontri ricevuti ai più la cosa fece ridere, ma alcuni lessero oltre, traendo, non un insegnamento: sarebbe ingiustificato e presuntuoso, ma semplicemente un pensiero personale sulla società. Quando mi sono trasferito in Lucania, ho ripreso a scrivere cercando di alzare lo sguardo, oltre l’orizzonte, verso il futuro. Molti collaboratori e colleghi mi hanno sollecitato a più riprese per scrivere qualcosa sulla vita in questa regione. Ho sempre rifiutato e per molte ragioni. Nel lavoro come anestesista, inevitabilmente ti confronti con situazioni difficili, anche sotto il profilo organizzativo, ti misuri con risorse limitate e sofferenze di ogni genere e questo mi bastava. Ribadivo che non volevo pensare alle cose che non vanno più di quanto fosse necessario per tentare di risolverle. Ho avuto sempre idee semplici in proposito. Sono cresciuto con l'insegnamento di non sputare nel piatto dove mangi e del resto le analisi non richieste servono a poco. Bisogna poi essere onesti su una questione: a chi giova? Denunce generiche su situazioni molto complesse in genere aumentano solo la sfiducia, la paura e solitamente penalizzano le parti più deboli di un sistema, quelle che lavorano in trincea. Non ultimo, ogni parte sociale, quando si confronta con i problemi, sembra vivere una sorta di autoimmunità: le responsabilità sono sopra, sotto, tutte intorno. Ma soprattutto quando scrivo, voglio pensare alle soluzioni e non ai problemi, ad uno svago, ad una pedagogia non pedante, a trasmettere una speranza o un sogno, ad un momento di pausa per recuperare forza.
Un’occasione di riflessione è stata nel 2009 il confronto con gli studenti e gli insegnanti del liceo scientifico, durante la presentazione di un altro romanzo. Non posso parlare di composta rassegnazione, ma di forte rassegnazione, come è generalmente forte la gente che ogni giorno si alza per fare semplicemente al meglio il proprio dovere. A volte è giusto rassegnarsi è una reazione umana equilibrata per non disperdere inutilmente energie e tempo, è giusto percorrere strade aperte ed evitare quelle ripetutamente trovate chiuse ma c’è un rischio intrinseco ed è proprio questo che non va sottovalutato. In psichiatria si usa un termine che ha risvolti pratici in situazioni drammatiche: riduzione della dissonanza affettiva. In parole semplici è quel meccanismo che scatta nella mente della persona sequestrata, privata ingiustamente della sua libertà di muoversi, di determinarsi, ma anche di esistere in vita. Di fronte a questa profonda ingiustizia la rabbia può lasciare il posto a una strana forma di rassegnazione nella quale il sequestrato collude con il sequestratore, prendendone addirittura le difese. La rabbia è un’emozione etica, propulsiva perché spinge a un’azione che tende a riparare un’ingiustizia, però, nessun essere vivente, dalla cavia di un laboratorio a un uomo, può tollerare emozioni così dirompenti per lungo tempo. Una persona può essere costretta a molti compromessi, ma deve rimanere libera, libera dentro, libera di vedere, di distinguere e di poter dire cosa è dritto e cosa è storto. Credo che senza la nostra libertà di pensiero, questa breve e già precaria esistenza perda molto del suo senso. È questa libertà il germoglio della speranza per il futuro dei nostri figli e del nostro mondo. Ho pensato un po’ e mi è venuta l’idea di proporre un test. Un test di autovalutazione, come quelli più o meno seri che possiamo trovare sulle riviste di pettegolezzi. Un test e qualche riflessione sulle parole e sul tempo...
carlo antonelli
uel ragnetto scendeva a scatti lungo la parete azzurra della cameretta e si fermava di tanto intanto per assicurarsi che non ci fossero pericoli, poi continuava la discesa. Era un po' che Geo lo guardava senza dire nulla, ma adesso non ne poteva proprio più.
Nonno me lo uccidi!
Chi? Cosa devo uccidere? Domandò sorpreso il nonno guardandosi attorno nella direzione del dito teso.
Quel ragno! Quello sul muro, non lo vedi! Il nonno si aggiustò meglio gli occhiali girandosi verso la parete, poi allungò lentamente il braccio fin a sfiorare il muro. Ora il ragnetto sembrava volare per la stanza, sospeso a poca distanza dal dito del nonno
Perché lo vuoi uccidere? Non ti ha fatto nulla
È bruttissimo e mi fa schifo, portalo via! Il nonno aveva aperto la finestra e scosso la mano, ormai a Geo non importava più niente di quel ragno, guardava il nonno e si girava nel lettino come per fargli fretta.
Allora?
Allora non mettermi fretta, questa è una storia lunga, va preparata per bene, devi sistemarti molto comodo, anch'io mi metto comodo ecco, così
Mi dai la mano? chiese Geo che aveva appena trovato la sua posizione
È una cosa giusta, perché è una storia buia e potresti non vedere nulla, sarà la mia mano a guidarti, la mia mano e la mia voce.


